Pescara, la Fondazione Edoardo Tiboni sulla scomparsa di Jacqueline Risset

La Fondazione Edoardo Tiboni esprime il vivo cordoglio per la scomparsa di Jacqueline Risset, scrittrice, poetessa, critica francese, grande italianista, profonda conoscitrice e traduttrice dell’ opera di Dante Alighieri, figura vitale dell’avanguardia e dell’impegno. Oltre ad una centrale attività di docenza di letteratura francese in Italia, la Risset è riuscita a traghettare la cultura italiana e francese come un unico gesto, scrivendo di Proust, di Fellini e di Giovanni Macchia, traducendo Machiavelli ed il poeta Ponge, con un’intensità di calore mentale ed una forza che difficilmente si dimenticheranno.

Jacqueline Risset inoltre è stata autorevole collaboratrice sia come presidente della Giuria letteraria dei Premi Internazionali Flaiano e sia come validissima consulente nella scelta degli omaggi ai più grandi poeti del mondo che si sono avvicendati dal 2002 al 2012, voluti dalla Fondazione Edoardo Tiboni per la cultura, di concerto con l’Università degli Studi “G.d’Annunzio” di Chieti, grazie al significativo impulso dato dall’allora Magnifico Rettore Prof. Franco Cuccurullo.

Riproponiamo di seguito un’intervista a Jacqueline Risset, realizzata a Dublino da Dante Marianacci che, pur se pubblicata sulla rivista Oggi e Domani nel 1993, conserva una straordinaria attualità per le tematiche trattate, che vanno dagli amati Dante e Joyce alla cultura europea nel suo insieme.

Jacqueline Risset

L’EUROPA DELLA LETTERATURA

Dublino, Marzo 1993

Proseguiamo questa serie di conversazioni sulla cultura europea con un personaggio che nell’ambito della letteratura contemporanea occupa un posto importante. Jacqueline Risset oltre ad essere una assai nota francesista (insegna letteratura francese alla Sapienza di Roma) è anglista (si è tra l’altro molto occupata di Joyce) ma è anche italianista, dantista più in particolare. Di Dante ha recentemente tradotto in francese La divina commedia. Una traduzione in prosa. Ha dunque una visione molto ampia del panorama letterario e culturale europeo.

Vengo alla prima domanda. Noi stiamo assistendo, in questi anni, al tentativo di fare un’Europa politica, un’Europa economica, ma Jean Monnet, che è stato il fondatore dell’Europa economica ha detto: “Se dovessi ricominciare, ricomincerei dalla cultura.” Questo a significare probabilmente che solo attraverso una identità culturale può nascere una vera Europa.

In questo tentativo di amalgamare la realtà culturale europea, che già esisteva e che è andata via via sfaldandosi nel corso dei secoli, la letteratura può giocare un ruolo molto importante, soprattutto la letteratura comparata, perché solo comparando le varie realtà culturali e letterarie si può giungere alla identificazione degli aspetti comuni pur nel rispetto delle varie identità.

Anch’io credo che in effetti la cultura, e precisamente la letteratura, abbia un grosso ruolo da giocare in questo momento per l’Europa. Perché la letteratura, a differenza di ciò che purtroppo è convinzione di molti, che tendono verso il regionalismo, verso lo spezzettamento, verso il patriottismo, più cieco e più stretto, la letteratura ha sempre saputo che l’universo è vasto, che le sue lingue sono varie e che l’esperienza umana ha bisogno degli altri. E ne ha bisogno proprio nel momento in cui sembra una esperienza più solitaria. In fondo gli scrittori che hanno avuto come Dante, l’esperienza della letteratura come mistica, o Joyce, con il senso centrale che ha nella sua opera quell’operazione che chiama epifania, che è l’esperienza della soggettività ridotta al quasi zero, e che di fronte a un mondo quasi indistinto e indecifrabile, sono anche due scrittori che sono vissuti fuori della patria e Dante certamente in esilio, ma se si è spinto fino a Parigi, come si dice, lo ha fatto per desiderio di conoscenza. Anche Joyce è stato a Parigi ed ha trascorso lunghe giornate nella biblioteca nazionale a leggere più che poteva. Quindi il nutrimento dell’esperienza della scrittura è la letteratura delle altre letterature. E poi c’è un altro fenomeno, lo pensavo ieri leggendo la traduzione francese dell’Ulisse, che è una traduzione fatta male, nonostante sia stata rivista da Beckett. All’inizio è fatta male perché c’è un gruppo di persone male amalgamate che traducono, e io pensavo, nonostante la non totale riuscita, all’importanza di una traduzione per un’opera d’arte. E’ come se la traduzione svelasse altre possibilità dell’opera. Una grande opera ha bisogno di essere tradotta.

Mi sembra che in questo discorso si inserisca Joyce. Lei ha parlato ieri della traduzione di un frammento del Finnegans Wake fatta in italiano da Joyce stesso, con l’aiuto di due suoi amici triestini. Ha parlato anche più in generale dei rapporti di Joyce con l’Italia.

Tutti sanno dei legami di affetto che Joyce ha sempre nutrito verso l’Italia. Per tutta la vita ha parlato in italiano e spesso in dialetto triestino con la moglie e con i figli. Questo è già un caso straordinario da parte di uno scrittore. Va poi appunto ricordato un fatto non molto noto a chi non è italiano, e cioè che l’ultimo lavoro di Joyce è una traduzione, una autotraduzione che Joyce ha fatto di due passi di Finnegans Wakes in italiano, con l’aiuto di due italiani, ma in particolare di Nino Frank, negli ultimi anni che era in Francia, praticamente negli ultimi anni della sua vita, nel ’38 e nel ’39. E questi due brani tradotti da Joyce sono usciti nella rivista di Malaparte e Moravia nel 1940. Questo testo è appassionante e per gli italiani crea anche un senso di riconoscimento da parte di Joyce per il fatto che Joyce ha usato mezzi veramente straordinari. Ha ottenuto anche dei risultati straordinari. Ha fatto qualcosa che nessun traduttore si sarebbe permesso di fare. Joyce ha preso questi due pezzi di Finnegans Wake, che, come sappiamo tutti sono intrisi di linguaggi diversi. C’è il francese, il latino, l’italiano, il tedesco. Nel testo tradotto in italiano tutte queste lingue scompaiono. Joyce ha voluto tradurre questo testo plurilingue tutto in italiano.

Che cosa significa questo? Che anche Joyce, come T.S.Eliot, considera l’italiano, quello dantesco, come la lingua più universale.

Sì, anche a Joyce, nel suo tempo, come nel tempo di Dante, l’italiano sembrava comprendere come un insieme vasto di lingue. In questo pezzo, all’inglese, al tedesco, al latino ecc., ha sostituito diversi strati della lingua italiana: i dialetti, la lingua di D’Annunzio, la lingua dell’opera, la lingua delle canzonette, la lingua delle barzellette, la lingua di Dante, la lingua di Metastasio. Quindi per lui l’italiano offre la possibilità di fare, come dire, dello straniero all’interno di una lingua sola. Per Joyce questa pluralità di linguaggi è fondamentale ed è interessante che lui trovi in un’altra lingua questa possibilità di pluralità e la trovi in uno scrittore, perché è chiaro che colui che dà all’italiano questa pluralità di lingua è Dante. Dunque Joyce, traducendo questo testo, ha voluto eguagliare l’esperienza di Dante, perché Dante era il grande plurilinguista per eccellenza. Joyce ha voluto fare un omaggio a Dante, rifacendo questa esperienza, con una conoscenza sorprendente di tutti i fenomeni italiani dell’epoca, anche i più piccoli. Per esempio, nelle prime righe allude a un giornale satirico dell’epoca, il Marc’Aurelio. “Il Marc’Aurelio l’ha ben strombazzato”, dice nelle prime righe e questo naturalmente non c’è nell’originale del Finnegans. Ma la cosa più interessante è che questo testo ha provocato un fenomeno assolutamente nuovo negli ultimi anni e noi possiamo parlare di un nuovo rapporto creato tra Joyce e l’Italia. In Sanguineti ci sono delle tracce del modo di usare la lingua di Joyce e ci sono anche dei riferimenti a Wilde.

Da quando questo testo è stato ripubblicato nel ’77 da Mondadori, è stato conosciuto da un pubblico molto più vasto di quello che l’aveva conosciuto nel ’40. Soprattutto molti giovani hanno scoperto questi due pezzi e Joyce è diventato per i giovani un modo di ridire la lingua in uso, un modello. Joyce si è trovato ad essere trattato da questi giovani poeti come un poeta italiano. E difatti lo è. Questi due testi sono di una tale bellezza, esplorano delle possibilità di linguaggio, in italiano, che in genere non vengono esplorate. Naturalmente Joyce riproduce nel suo testo italiano dei procedimenti che lui adotta in Finnegans. Per esempio fa molti calembour. Ora spesso gli italiani dicono che l’italiano non è una lingua adatta al calembour. Joyce smentisce questo e fa tutta una serie straordinaria di calembour, anche poetici. Dunque i giovani poeti italiani si sono trovati tra le mani un testo nuovo, inedito, di un giovane poeta italiano che si chiama James Joyce.

Ci sono molti testi, per esempio di Gramigna, che hanno offerto non pochi esempi di questo, e un critico come Renato Barilli ha pubblicato una antologia di testi italiani che sono al limite delle ricerche sulla lingua e come primo esempio dà proprio i due brani di Joyce.

Passiamo ad altri temi. La Francia si è posta, soprattutto negli ultimi anni, forse anche perché, detto un poco brutalmente, sembra non avere grandi cose da esprimere almeno a livello letterario, come rappresentante della cultura europea e anche extra-europea. Invita ed accoglie scrittori un po’ da tutta Europa e se ne fa il portabandiera. Questo anche per architetti, musicisti , stilisti ecc.

Secondo me non è che la Francia non abbia grandi cose da esprimere a livello letterario. Ci sono giovani scrittori molto interessanti e anche importanti scrittori affermati. Certamente questa non è una delle sue stagioni migliori, ma io credo che la sua vocazione all’apertura alle altre lingue è una tradizione. La Francia è stata terra di asilo per molto tempo. Lo è ancora. Ci sono molti scrittori cecoslovacchi che vivono a Parigi. Sono molti gli emigrati culturali in Francia. Per di più la Francia è vista come campione, letterariamente, dell’Europa. Ci sarà prossimamente a Strasburgo un grosso convegno sull’Europa a cui sono stati invitati anche numerosi partecipanti extraeuropei. E questo mi sembra molto interessante, che il momento culturale non sia una chiusura, come molti popoli accusano l’Europa di fare su un piano economico, e quindi la cultura sta anche ad indicare che l’Europa significa una apertura delle frontiere, non una chiusura, che l’Europa non si può fare senza una apertura ai cinesi, ai popoli africani ecc. Questo momento dell’Europa è un momento importante e la cultura ha il compito specifico di impedire la chiusura all’Europa strettamente detta.

Negli ultimissimi tempi abbiamo assistito e ancora oggi assistiamo a strani fenomeni. Da una parte il desiderio dell’apertura verso altri paesi, dall’altra il risorgere di focolai locali anche molto esasperati, e dunque rivendicazioni politiche, etniche, linguistiche. E’ ciò che sta accadendo in Iugoslavia, che è già accaduto nella ex Unione Sovietica. Io su questo fenomeno ho interpellato diverse personalità e ognuno ha dato una differente interpretazione. Qual è la sua opinione. Eco, per esempio, non parla più di nazionalità ma di etnie, della necessità della riscoperta delle lingue locali e di una lingua sovranazionale che unisca poi tutti, ma anche la necessità della indipendenza locale della cultura, e insieme della etnia e della lingua.

Secondo me, questo movimento è estremamente pericoloso in questo momento, che è nato come un atto di liberazione, come un momento di rinascita della libertà delle minoranze oppresse sotto il giogo delle nazioni egemoni, cioè le lingue che riscoprono anche la loro originalità. Però se non è compensato da una specie di spinta all’universale, questo mi pare diventi una perdita verticale di cultura, di intelligenza. Quello che mi sembra la cosa da fare in questo momento è di ritrovare un senso dell’universale e quello che io mi augurerei è che si riscoprisse il senso universale che fu del ‘700. Un senso dell’universale in cui gli esseri umani sono legati da un destino comune e c’è una spinta che è esterna anche alla pulsione individuale. Fissarsi sull’individualità è una trappola. Io credo che bisogna avere la capacità di pensare che uno è una cosa, si definisce come una certa individualità, ma è anche altro. In fondo l’umanità sta dimenticando il lusso dell’universale, il piacere dell’universale e anche la dimenticanza di sé nell’universale.

In questo ambito mi pare che la figura di Dante abbia una importanza determinante. Lei ha tradotto Dante in francese. L’universalità di Dante, Dante come punto di riferimento nella cultura europea, anche di oggi.

Dante è colui che ha detto: “Noi abitiamo il mondo, come i pesci il mare.” Dunque aveva questa concezione dell’universale. Anche la concezione dell’imperatore che aveva Dante era di cavalcatore dell’umana volontà, che era al di là dei particolarismi. E questo è importantissimo e si è visto come in Francia, quando c’è stata la decisione per Maastricht, sono venute fuori delle pulsioni molto antiche, nazionalistiche, delle paure dell’altro. Ed è stato molto preoccupante per chi teneva a questa apertura, l’idea che la Francia potesse dire no, perché non era un no motivato da critiche razionali, ma c’era un vecchio nazionalismo patrio, che è quello contro cui combatteva Flaubert. Ci sono dei vecchi nazionalismi che dovrebbero essere in questo momento analizzati, criticati. Bisogna aiutare la gente a sbarazzarsene, perché secondo me l’analisi sulle tensioni e sulle pulsioni non è mai abbastanza, C’è un grosso lavoro, quindi, per l’intellettuale in questo momento.

Forse mai come in questo momento i critici letterari, gli studiosi di letteratura e gli scrittori, hanno molto da dire, non solo gli scrittori viventi, ma anche gli scrittori classici del nostro Novecento. Abbiamo citato Joyce. Potremmo citarne altri. Scrittori europei nel senso più pieno del termine, non solo sotto il profilo tematico, ma anche linguistico. E in questo un compito importante è quello che verrà affidato ai comparatisti.

Io stessa appartengo a un dipartimento di letterature comparate. Lo abbiamo creato a Roma, con difficoltà. Ma è lì che deve svilupparsi lo studio della letteratura. Quello che è incoraggiante è che si sta sviluppando in maniera impressionante lo studio e la passione per la traduzione. In questi mesi stanno sorgendo iniziative, c’è una scuola di traduttori letterari che è stata appena fondata a Torino. Ci sono altri fenomeni di questo tipo. Secondo me bisogna partire da questo. Perché non è stata mai così sentita la traduzione. Io mi ricordo che in Italia fino a qualche anno fa, tutto quello che riguardava il problema della traduzione sembrava una cosa assolutamente accessoria, mentre ora è al centro dell’attenzione. C’è una rivista come Testo a fronte, che è una rivista esclusivamente dedicata alla traduzione e lì, secondo me, si esercita proprio questo desiderio dell’altro che non viene negato, ma anzi amplificato dalla trasposizione in un’altra lingua. La traduzione non è un riassorbimento, perché chiunque si avvicini ad essa, si accorge che una traduzione senza residui, una traduzione perfetta non c’è, non lo è mai, e quindi il fatto di avvicinarsi a questo campo, rende visibili i problemi, le differenze. Quando uno traduce si accorge allo stesso tempo del bisogna che ha dell’altro e della irriducibilità dell’altro.

Il problema della traduzione, forse trascurato a livello teorico, o non giustamente considerato nella sua reale importanza, ha giocato un ruolo significativo nella formazione della cultura letteraria italiana, soprattutto a partire dagli anni Trenta. In Italia abbiamo avuto un fascismo, abbiamo creato un mito americano, con i vari Pavese, Vittorini, Pintor ecc., che hanno tradotto i grandi e anche i meno grandi autori americani. Dunque il problema della traduzione già si pose allora, sia pure con motivazioni diverse da come si pone ora. De Mauro ha tra l’altro sostenuto che questo esercizio della traduzione ha influenzato lo stile e la lingua di diversi scrittori. In Francia forse l’approccio al problema è diverso. Intanto credo che in Francia si sia tradotto molto meno – non ce n’era bisogno – che in Italia. Ora si traduce molto di più che in passato. Mentre per esempio in Inghilterra si continua a non tradurre. Lo stesso accade in America, anche se recentemente si sono notati segnali incoraggianti.

Questo è un problema, credo un campo da guadagnare. Tra l’altro c’è il problema del plurilinguismo. In Irlanda si dovrebbe sentire questo punto, perché mentre un americano ha il senso di essere al centro dell’universo, un po’ meno tuttavia rispetto ad alcuni anni fa, io penso che paesi come l’Irlanda potrebbero avere un ruolo se riuscissero a sensibilizzare anche il governo. Io sentivo ieri che il problema dell’educazione è un problema centrale per l’Irlanda, sento che c’è una grande attenzione alla formazione e c’è d’altra parte in Irlanda un fondamentale interesse alla letteratura e questa è una ricchezza straordinaria nel momento in cui è in atto una forma di banalizzazione della tecnologia dominante, che fa ridurre la cultura. L’Irlanda ha un ruolo da giocare molto importante. Basterebbe che si rifacesse alla lezione di Joyce.

Dante Marianacci

 

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