Pescara, 42° Flaiano Film Festival: la programmazione del 4 luglio

Sabato 4 luglio altra giornata ricca di appuntamenti per il Flaiano Film Festival che al Multiplex Arca propone in Sala 5 alle ore 18,00 un gradevolissimo film per tutta la famiglia,”Le vacanze del piccolo Nicolas” di Laurent Tirard: Francia Anni ’70. Le tanto attese vacanze estive sono arrivate e il piccolo Nicolas può andare finalmente al mare con la sua famiglia (nonna materna compresa). Sulla spiaggia il bambino si fa dei nuovi amici. C’è Blaise che vive lì, Djodjo che parla inglese, Crépin che piange sempre, ma soprattutto Isabelle che lo guarda con i suoi grandi occhi e che lui teme di dover sposare per forza. Laurent Tirard, dopo il successo de Il piccolo Nicolas ed i suoi genitori che in Francia ha portato nelle sale 5 milioni e mezzo di spettatori e dopo la pausa presasi con un altro film nato sulle pagine dei fumetti Asterix e Obelix al servizio di Sua Maestà, si fa attrarre nuovamente dal bambino nato dalla creatività di René Goscinny e dalla matita di Jean-Jacques Sempé. Il box office gli ha dato ragione.

Alle ore 20,15 si prosegue con l’ultimo film di Matteo Garrone, “Il racconto dei racconti”: 1600. Una regina non riesce più a sorridere, consumata dal desiderio di quel figlio che non arriva. Due anziane sorelle fanno leva su un equivoco per attirare le attenzioni di un re erotomane sempre affamato di carne fresca. Un sovrano organizza un torneo per dare in sposa la figlia contando sul fatto che nessuno dei pretendenti supererà la prova da lui ideata, così la figlia non lascerà il suo fianco e i confini angusti del loro castello. Matteo Garrone attinge a piene mani, e con grande libertà creativa, a tre racconti de “Lo cunto de li cunti”, la raccolta di fiabe più antica d’Europa, scritta fra il 1500 e il 1600 in lingua napoletana da Giambattista Basile. Il risultato è un caleidoscopio di immagini potenti ed evocative, ma anche un carnevale di umani sentimenti, pulsioni e crudeltà, nonché una riflessione profondissima sulla natura dell’amore, che può (dovrebbe) essere dono e che invece, per quelle fiere che sono (ancora) gli esseri umani, è spesso soprattutto cupidigia.

Alle ore 22,45 è la volta di “Romeo & Juliet” di Carlo Carlei: Le famiglie dei Montecchi e Capuleti ricorrono a ogni pretesto per darsi battaglia pubblicamente per le strade di Verona, provocando il disappunto del principe. Ma il giovane Romeo dei Montecchi non è interessato a tutto ciò, lui è follemente innamorato di Rosalina, una cugina dei Capuleti, storia d’amore che suo cugino Benvolio lo spinge a non perseguire. Ma quella notte Romeo riesce a garantirsi un invito durante una festa in maschera presso la tenuta Capuleti. La famiglia Capuleti si prepara per l’evento, dove Lord e Lady Capuleti sperano che la loro figlia Giulietta accetterà le avances di un giovane conte di Parigi. Il conte è uno spirito libero, poco interessato al romanticismo, e Giulietta sembra più interessata a scherzare con la sua balia che ad ascoltare i suoi genitori. Al ballo, Romeo dimentica all’istante i suoi sentimenti per Rosaline quando scorge Giulietta, la quale dall’altro canto si incanta quando vede Romeo.

Alle ore 18,00 in Sala 4 si comincia con “L’estate sta finendo” di Stefano Tummolini e si prosegue poi con “La terra dei santi” di Fernando Muraca, entrambi ad ingresso libero.

Alle ore 22,45 sarà invece presentato “Stories we tell” di Sarah Polley: Sarah Polley, attrice e regista canadese realizza un documentario interrogando parenti e conoscenti sulla vita della madre. Costei, Diane Polley, è stata un’attrice famosa morta per un tumore nel 1990. Il punto di partenza è un’autobiografia sotto forma di romanzo che il padre Michael ha scritto e che gli viene chiesto di registrare in studio. Dopo pochi minuti dall’inizio del film una sorella di Sarah le chiede e si chiede a chi possa interessare la storia della loro famiglia. Si tratta di una domanda che il possibile spettatore potrebbe legittimamente porsi prima di decidere se vedere o meno Stories We Tell. La risposta è: può interessare a una diversificata gamma di persone perché Sarah Polley è consapevole dei molteplici livelli di significazione dell’operazione e li tiene tutti sotto controllo

In Sala 3 alle ore 18,00  Patrice Leconte firma “Una promessa”: Germania, 1912. Friedrich è un giovane uomo di umili origini. Laureato in chimica viene assunto nell’acciaieria di Karl Hoffmeister, che ne intuisce subito il carattere e le potenzialità. Affetto da una grave malattia al cuore, Karl è costretto a lavorare a casa, dove vive con la moglie Lotte e il figlio Otto. Colpito dallo zelo di Friedrich lo promuove a segretario personale, invitandolo a trasferirsi nella sua grande villa. Contento ma confuso dal sentimento che nutre per la giovane moglie del suo benefattore, il ragazzo accetta comunque alloggio e sfida. La vicinanza alimenta il sentimento e rivela un’affinità difficile da dominare almeno fino alla decisione di Hoffmeister di trasferirlo in Messico a gestire un nuovo e importante progetto. Convinto che partire sia la cosa giusta da fare, Friedrich promette a Lotte di tornare e di realizzare il loro amore. Ma la Grande Guerra e il blocco navale fanno di Friedrich un esiliato, costringendolo per sei lunghi anni lontano da Lotte. Rientrato in patria, dovrà fare i conti col tempo che ha lavorato crudelmente sul loro desiderio. Trasposizione del romanzo di Stefan Zweig (“Viaggio nel passato”), Una promessa è un (melo)dramma su un amore che diventa irrimediabilmente impossibile per quanto intenso e travolgente fosse al principio.

Alle ore 20,30 cinema rock con “Queen Rock Montreal” di Saul Swimmer: i Queen dividono, forse più di qualunque altra band. Chi non sopporta l’atteggiamento istrionico di Freddie Mercury, chi il suo cantato da melomane, chi il flirt insistito con il kitsch di un gruppo che da sempre ha fatto del barocco una cifra stilistica. E, al contrario, chi adora la loro capacità di trasformare generi differenti in melodie immortali, di scrivere brani pop destinati a durare nel tempo e a superare ogni steccato culturale e geografico. Chi non coglie il messaggio di We Are the Champions, inno all’eroismo dell’uomo comune? Il concerto di tributo a Freddie Mercury, appena scomparso, nel 1991, fu un evento sensazionale, forse l’ultimo di portata universale nella storia del rock, al pari dei Live Aid e dei grandi festival dei Sessanta. A testimonianza di un talento che seppe colpire l’immaginario delle persone più differenti, accomunate da una rapsodia bohèmienne che risuonava nelle loro teste.

Alle ore 22,45 infine in versione restaurata e ad ingresso libero “Profondo rosso” di Dario Argento: Marc, giovane pianista, assiste all’assassinio di una parapsicologa ma non riesce a vedere il volto dell’omicida. Mentre indaga aiutato da una bella giornalista, le persone con cui viene in contatto cominciano ad essere assassinate una dopo l’altra. La verità è insospettabile.

Apice stilistico e creativo di Dario Argento, segna la linea di confine tra l’iniziale fase thriller e quella più marcatamente horror che sarebbe seguita. E difatti il film è pervaso da elementi di entrambi i generi, che riesce a nobilitare grazie alla vena particolarmente ispirata del regista in quel periodo. L’ottimo cast tiene su una trama non del tutto chiara, ma infarcita da alcune tra le trovate più genuinamente spaventose del cinema di suspence moderno. Menzione indispensabile per la colonna sonora dei Goblin, da brivido. Come sempre nei film di Dario Argento (salvo rarissime eccezioni), le mani dell’assassino coperte dai guanti neri sono del regista stesso. È l’ultimo film di Clara Calamai. Dario Argento la scelse perché voleva un’attrice un tempo famosa e poi dimenticata. Nel film, infatti, la mamma di Carlo è un’anziana attrice un tempo celebre: le foto che mostra a Marcus (David Hemmings) sono foto dei film che la Calamai ha interpretato per davvero. La colonna sonora è firmata dai Goblin e da Giorgio Gaslini, ma in realtà Argento aveva pensato in un primo momento ai Pink Floyd, che pochi anni prima avevano firmato le musiche di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. Ma il gruppo rifiutò, perché impegnato nella produzione del loro album Wish You Were Here. Il Blue Bar dove Carlo si ubriaca non esiste, ma fu costruito apposta in Piazza C.L.N. a Torino, dove c’è la famosa Fontana del Po che si vede anche nel film: il bar s’ispira al quadro Nighthawks di Edward Hopper. L’idea del ricordo rimosso era stato usato da Argento già nel suo film d’esordio, L’uccello dalle piume di cristallo e sarà una costante nella sua filmografia. La “Villa del bambino urlante” si chiama Villa Scott, ed è situata nel quartiere Borgo Po di Torino, in Corso Giovanni Lanza 57. Oggi è una residenza privata, ma all’epoca era proprietà delle Suore della Redenzione, che l’avevano adibita a collegio femminile. Il film avrebbe dovuto chiamarsi “La tigre dai denti a sciabola”.

 

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