Pescara, 42° Flaiano Film Festival: il programma del 29 giugno

Lunedì 29 giugno il 42° Flaiano Film Festival propone il primo dei film in concorso (Nuovo Cinema Italiano-Concorso MIBACT), “Cloro” di Lamberto Sanfelice, protagonista la pescarese Sara Serraiocco che sarà presente in Sala (Sala 4 ore 18,00): Jennifer ha diciassette anni, un fratellino e un padre caduto in depressione dopo la morte della moglie. Virtuosa del ‘cloro’, si allena nelle piscine di Ostia per partecipare alle prossime gare nazionali di nuoto sincronizzato. Ma la sua vita sopra la superficie dell’acqua è complicata. Il padre ha perso il lavoro e hanno dovuto lasciare il mare per la montagna abruzzese, dove lo zio Tondino gli ha messo a disposizione una baita vicino a un vecchio hotel dismesso. Precipitata in una realtà ostile, a causa del clima e della distanza dai centri abitati, Jennifer prova comunque a fare funzionare le cose, accompagnando il fratellino a scuola, accudendo il padre, tenendo vivo il sogno e allenati i muscoli. Occupata come cameriera presso un albergo, scopre molto presto la presenza di una piscina, dove ogni notte continua gli allenamenti. Il tentato suicidio del padre, la fragilità infantile del fratello e l’incontro con Ivan, il guardiano venuto dall’est che la osserva allenarsi di nascosto, cambieranno il suo sguardo e le sue priorità. Opera prima di Lamberto Sanfelice, Cloro accompagna il percorso di consapevolezza di un’adolescente, che la morte della madre e il collasso emotivo del padre hanno lasciata sola. Sola con emozioni nuove, forti e a tratti incomprensibili.

Sempre in Sala 4 si prosegue con con “Amanti perduti-Les enfants du paradis” di Marcel Carnè in versione originale sottotitolata: Parigi, metà del Diciannovesimo Secolo. Lungo il Boulevard du Temple si ergono alcuni teatri. Al Funamboles si esibisce il mimo Jean-Baptiste Debureau, mentre l’attore tragico Frederick Lemaître calca le scene del Grand Théâtre. Entrambi amano l’attrice Garance che è però concupita anche dal bandito Lacenaire e dal conte di Montray. Sette anni dopo Garance reincontrerà Jean-Baptiste. Le loro condizioni sociali sono cambiate ma l’amore è rimasto intatto. Amanti perduti (termine che letteralmente significa “gli spettatori del loggione” ) è un film che resta a pieno diritto nella storia del cinema per una molteplicità di motivi. Marcel Carné e Jacques Prévert giungono a quest’opera dopo aver collaborato su sette titoli e costituendo quindi una coppia decisamente affiatata. L’idea nasce da un colloquio con Jean-Louis Barrault il quale racconta degli episodi della vita di un mimo famoso: Jean-Baptiste Debureau. I due autori, sotto stretta sorveglianza del regime collaborazionista di Vichy, vedono in un possibile soggetto che tratti del teatro un modo per sfuggire a una censura che impediva qualsiasi riferimento alla realtà sociale contemporanea. Il film viene girato tra il luglio 1943 e l’agosto 1944 e completato nel gennaio 1945.

Queste le proposte in Sala 5: alle ore 18,00 in versione originale sottotitolata “Figlio di nessuno” di Vuk Rsumovic: Bosnia, 1988. Un gruppo di cacciatori trova nel bosco un bambino cresciuto in mezzo ai lupi, dei quali ha adottato le sembianze e lo stile di vita: non parla, non cammina, ringhia e morde chiunque lo avvicini. Il bambino, chiamato Haris, viene spedito in un orfanotrofio di Belgrado, dove inizialmente rifiuta ogni contatto e ogni forma di educazione, poi, grazie alla presenza di un assistente sociale e all’amicizia con Zika, un ragazzo più grande, esce gradualmente dallo stato animale per ricongiungersi con la propria natura umana. Ma il percorso di umanizzazione del bambino non è necessariamente evolutivo, né garantisce ad Haris una vita migliore di quella vissuta in mezzo ai lupi.

Alle ore 20,30 “Suite francese” di Saul Dibb: sono i primi mesi dell’occupazione tedesca della Francia. Nella cittadina di Bussy, la sposa di guerra Lucile Angellier attende in forzata compagnia della suocera, fredda e dispotica, le rare notizie del marito prigioniero. Intanto, Bussy viene invasa dai soldati tedeschi, che prendono alloggio nelle le case degli abitanti. Nella villa di Madame Angellier viene dislocato l’ufficiale Bruno Von Falk. Sulle prime Lucile cerca di ignorare la sua presenza, ma ben presto i due giovani vengono travolti dalla passione. Il regista Saul Dibb e i suoi produttori hanno deciso di girare in inglese, con interpreti inglesi, una storia pensata e scritta in francese da una scrittrice ebrea nata a Kiev che aveva fatto della Francia la sua patria (e da un suo compatriota è stata tradita e mandata a morire a Auschwitz). Non è possibile considerare accessoria la scelta linguistica, perché è proprio dei francesi che parla il romanzo incompiuto di Irène Nemirovsky, di ciò che la guerra ha fatto loro, ad ognuno di loro, descritto con un pennino da comédie humaine. D’altronde è una scelta che descrive da sola il tipo di film che Dibb ha confezionato, che si potrebbe riassumere nell’etichetta del “film tratto da un best-seller” che aspira, legittimamente, a replicarne il destino.

Alle ore 22,45 il francese “Molière in bicicletta” di Philippe Le Guay: Gauthier Valence è un attore celebre e amato dal pubblico, che lo segue appassionato in un medical drama francese. Stufo di interpretare eroi buoni di fiction televisive decide di mettere in scena Molière e di chiedere aiuto a Serge Tanneur, grande talento del teatro ritiratosi tre anni prima al culmine della sua carriera. Raggiunto Serge a l’Île de Ré, Gauthier prova a convincerlo a tornare a recitare, proponendogli “Il Misantropo”, che Serge ha sempre sognato di interpretare. Adulato e lusingato, Serge fa resistenza e chiede a Gauthier qualche giorno di prova. Narcisi ed egoisti, decidono di fare a turno la parte di Alceste, il protagonista innamorato di Celimene e amico di vecchia data di Filinte. Alternando il ruolo di Alceste con quello di Filinte e ripetendo fino allo sfinimento la scena uno dell’atto primo, Serge e Gauthier arrivano al termine della ‘recita’ e a un passo dal capirsi. Ma l’incontro con Francesca, una bella italiana divorziata, sconvolgerà il loro equilibrio, scompaginando testo e vita.

In Sala 3 alle ore 18,00 si inizia con “Io sto con la sposa” di Augugliaro, Del Grande e Al Nassiry:: per andare in scena si comincia sempre dal costume, l’abito creato apposta per gli attori e indossato durante la rappresentazione. Ma quello che il documentario di Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman al Nassiry racconta, è la realtà di uomini e donne che hanno interpretato un ruolo e infilato un costume per beffare il destino e garantire un futuro a chi amano. Documentario nomade finanziato ‘dal basso’, Io sto con la sposa mette letteralmente in schermo un matrimonio e il suo corteo di invitati mai così partecipi. Perché i cinque protagonisti di questa avventura sono in fuga dalla guerra e dal loro Paese fiaccato dalla belligeranza. Palestinesi e siriani sopravvissuti ai marosi, sbarcati a Lampedusa e decisi a raggiungere ‘creativamente’ la Svezia.

Alle ore 20.30 si prosegue con “Senza Lucio” di Mario Sesti: il 1° marzo 2012 la morte di Lucio Dalla, personalità tra le più poliedriche che la scena artistica italiana abbia conosciuto, ha scatenato un’ondata di molteplici, affettuose reazioni, radicate com’erano nell’immaginario del Paese le sue canzoni. Senza Lucio di Mario Sesti vuol rendere soprattutto giustizia a questo mare emozionale, attraverso le parole e le immagini private di alcuni amici e collaboratori tra i più stretti. Evitando la strada convenzionale del documentario biografico – costruito cioè su sicure basi d’immagini d’archivio e climax musicali di facile impatto emotivo – lavora appunto sulle ragioni dell’assenza che un autore così creativo, curioso e istintivamente empatico ha lasciato nei singoli. Il rischio dietro l’angolo è il santino sentimental-buonista. A parziale garanzia contro tale pericolo è il coinvolgimento, in voce over e in veste di autore di molte fotografie inedite, del compagno d’arte e di vita Marco Alemanno. Cifra che assicura a Senza Lucio una linea precisa: la volontà di non fare sensazionalismo, ma di condividere con la collettività un lutto per elaborarlo. Preservare quindi uno spirito, una comunicazione altra, impalpabile ma presente, con chi non è più.

Alle ore 22,45 infine un cult musical degli anni ’80, “Flashdance” di Adrian Lyne: una bella ragazza di Pittsburgh si guadagna da vivere come operaia in un’acciaieria. Ma il suo sogno è diventare danzatrice classica. Lo corona il giorno in cui supera, con un’esibizione improvvisata, l’esame di ammissione in un’importante scuola di ballo. Anche l’amore le sorride nella persona del suo aitante datore di lavoro. La protagonista Jennifer Beals aveva ben quattro controfigure che la sostituivano durante le scene di ballo; una di queste controfigure era in realtà un uomo, il ballerino di origine portoricana Richard Colòn, più noto col nome d’arte Crazy Legs. Il brano portante della pellicola, Flashdance… What A Feeling, vinse l’Oscar come miglior canzone del 1983. Composta da Giorgio Moroder (musiche) e Keith Forsey (parole) e interpretata da Irene Cara, non tardò nemmeno a diventare una hit rastrellando anche altri premi tra i quali il Golden Globe.

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