“Nostalgia della luna”: intervista all’autore, Nonuccio Anselmo

“Nostalgia della luna”
Nonuccio Anselmo racconta psicosi e paure dei siciliani di fronte alla fine del mondo

L’intervista di Giovanni Zambito.

In tanti hanno annunciato e profetizzato la fine del mondo, ma nessuno lo ha fatto attraverso un megafono su una Cinquecento scassata: accade nel romanzo di Nonuccio Anselmo “Nostalgia della luna” (Pietro Vittorietti editore, pagg. 128, € 12,00) in cui Mariano Rinella con la famiglia e il compare si rifugiano in alcune capanne della tenuta di Pietralonga, dove vive un vecchio sacerdote con sorella, fratello e governante e arrivano pure un medico curante e un profeta. Con questo nuovo libro il giornalista e scrittore partecipa alla terza edizione del Premio Letterario “Torre dell’Orologio” di Siculiana: l’intervista.


L’annuncio della fine del mondo arriva da un altoparlante di una vecchia 500: l’idea come è nata?

Ho fatto il giornalista per quarant’anni, quasi tutti al Giornale di Sicilia, molti nel settore della “Cronaca siciliana” e non si può avere idea della quantità di notizie incredibili in cui ogni giorno ci si imbatteva. Magari erano piccole cose, che finivano a una colonna in basso, ma c’erano e restavano dentro. Bene, forse si stenterà a crederlo, ma anche questa storia è vera. Vera almeno nell’inizio. Pubblicai – adesso non ricordo le date, ma fu circa trent’anni fa, e i luoghi, ma fu in un paese dell’Agrigentino, mi pare – che una vecchia Cinquecento aveva fatto il giro del paese annunciando dall’altoparlante la fine del mondo. Quasi certamente uno scherzo, ma la notizia era tanto curiosa che non si poteva non prenderne nota. E adesso – come mi capita spesso – nei miei libri mi metto a fare quello che non si fa nel giornalismo: il cronista del giorno dopo. Insomma, andare a vedere cosa può essere successo dopo, quando i riflettori si sono spenti. Anche altri miei romanzi – per esempio “I leoni d’oro” – sono nati così.

Quali paure e psicosi generali rappresenta Mariano Rinella con la sua famiglia? in che cosa si manifestano?

Vorrei dire le paure e le psicosi che generano la coscienza sporca e l’impotenza quando si arriva alla resa dei conti. Rinella è uno che ha largamente rubato e che è abituato ad “aggiustare” tutto, come si usa in una certa Sicilia. In questo caso non può aggiustare nulla e scopre che rubare non è servito a niente, perché tutto dovrà abbandonare agli eventi. Ma questo è il dato latente. In fondo Rinella forse non si è nemmeno reso conto di rubare e di aggiustare, come tanti che seguono l’andazzo. Come spesso accade ai siciliani, non ha rubato per sé o solo per sé. Vorrei lanciarmi in un inutile e non richiesto paragone: mi pare che ci sia la differenza che si sostiene ci sia tra i politici della prima e della seconda Repubblica. Quelli – si dice – rubavano per il partito, questi per la bella vita a Montecarlo. Sempre ladri sono, però… E poi, che vita è quella che minacciano di prenderti senza che ti resti nulla in mano, come i sogni, i valori, gli affetti che non ci sono stati? E’ che respirare è già un antidoto a questi pensieri.

I membri della nuova comunità rifugiatasi nella tenuta di Pietralonga imparano a conoscersi gli uni con gli altri? quali aspetti o lati l’inedita situazione fa emergere?

Intanto sono diventati membri di un gruppo, come i compagni di scuola, i commilitoni, i colleghi di lavoro. Diciamo la comunità dei morituri. Qualcuno ha detto che gli italiani sono un popolo di reduci. Figurarsi se si è convinti di vivere insieme le ultime ore e contemporaneamente di dimenticarsene davanti a pantagrueliche tavolate. E poi c’è quel dottore impicciato e impiccione che pare fatto apposta per tirarti fuori pure l’anima. Infine c’è il momento di un incompreso esame di coscienza: dopotutto, se davvero è sul punto di finire ogni cosa, è venuto il momento di fare un po’ di conti per vedere quello che ciascuno ha preso e ha dato, se è più ricca la colonna delle perdite o quella dei guadagni. Una situazione che non può non creare una solidarietà particolare, anche se non compiutamente compresa.

Che cos’è alla fine questa “Nostalgia della luna”? Come si rivela e manifesta?

Dicevano gli avi persi nel feudo che le anime dei defunti, prima di raggiungere la destinazione definitiva, se ne andavano sulla luna in attesa di dimenticare quanto è bella la vita, di dimenticare la vita stessa, per prepararsi finalmente a morire. Una seconda volta. Tutto sommato, più che la ricerca del definitivo oblio, io la considero una seconda possibilità, un supplemento di vita. Un supplemento durante il quale forse col pensiero puoi anche aggiustare la tua vita. Pensate come sarebbe bello vivere in un sogno. Insomma, ciascuno avrebbe il modo di rifarsi i conti e cercare di allungare la colonna dell’attivo. E’ questa – credo – la nostalgia della luna. Tanto è vero che i cani, cui la possibilità é negata, non fanno altro che abbaiarle contro.

Nella scrittura e nei dialoghi a che cosa ha fatto particolare riferimento?

Il gioco stava nel parlare della luna come la vedevano i personaggi con la loro cultura e le loro conoscenze, in un momento speciale. Ma questo era, per così dire, il livello superiore. C’era poi il livello più profondo, che era quello di parlare di questa terra, del feudo e delle sue storie, in un momento di mezzo. Non per nulla si va dalle lotte contadine di fine Ottocento alla inevitabile conclusione di questa storia, che è opportuno continuare a mantenere riservata per chi non ha ancora letto il libro. Insomma, voglio dire che ogni giorno tanti mondi finiscono: uomini, pensieri, storie, amori, amicizie, cose e abitudini. Senza bisogno di una fine del mondo vera. Quando qualcosa finisce, finisce tutto il mondo che le gira attorno.

Anche nell’attesa della fine del mondo il siciliano manterrebbe la sua proverbiale originalità e fantasia?

Per fortuna la fine del mondo vera non c’è mai stata e dunque non esiste letteratura attendibile in proposito. Personalmente, penso proprio di sì. Ci aggiungerei solo il cinismo. Confortato dalla storia. Mille culture hanno dominato questa terra e poi si sono spente, con le buone o con le cattive. E il siciliano cosa ha fatto? Ha preso ciò che c’era di buono, ha gettato via un po’ del brutto e ha chiuso il capitolo con una risata, magari dopo un fiume di sangue.

 


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