“Io difendo la riforma Franceschini”

di Pierfranco Bruni

La Riforma Franceschini sui beni culturali si pone come punto intelligente di riflessione sui temi del concetto sia del bene culturale sia dei raccordi tra le culture sommerse che potrebbero interessare vaste aree dei territori. I territori sono i “soggetti” maggiormente posti al centro della discussione perché su di essi si intrecciano le risorse, le vocazioni e il relativo modello progettuale. È proprio su ciò che si apre la dialettica. Convinto che la Riforma è un “patto” innovativo è necessario dare un senso alla prospettiva dei vari articolati.

Proprio in virtù di ciò credo che la questione riguardante il decreto (Mibact – Riforma beni culturali), riferito allo “spacchettamento” delle Soprintendenze che interessa Taranto, e il cui dibattito ormai si sta sviluppando in diverse direzione, vada affrontato in modo piuttosto articolato. Soprattutto a Taranto.

Io che ho vissuto in prima persona la proposta e la richiesta, in tempi non lontani, dell’autonomia del museo archeologico posso con molta umiltà sottolineare la necessità di rendere Taranto città centrale nella cultura (e non dico soltanto archeologia) della Magna Grecia e del Mediterraneo.

La perdita della sede centrale della Soprintendenza è un fatto che non dovrebbe prenderci o prendere la città in modo improvvisato. La politica della perdita della Soprintendenza è legata ad alcuni fattori fondamentali. Al non decollo dell’Università (o ad essersi accontentati del minimo necessario) e a questo non decollo va aggiunto la perdita (ovvero è stato disattivato a Taranto per usare un termine più consono) del Corso di laurea in beni culturali.

Quel corso, nato come Diploma universitario con la Giunta Cantore – Bruni, è stato il primo atto che ha significato il lento declino del legame tra beni culturali e territorio. A ciò si aggiunge una mancanza di politica culturale della città con l’assenza di eventi istituzionali forti. Questa è una fase che chiamerei di tesi storico – politico.

La seconda è recente. Nel momento in cui si fa una scelta precisa, che è di volontà politico –culturale, che io considero importante, necessaria e utile, che indica il Museo archeologico come Museo autonomo che debba avere una sua strategia e creare dei processi culturali all’interno del territorio lo status quo (per toccare una linea filosofica della prassi) della Soprintendenza non poteva restare immutato. Giuridicamente e politicamente è nei fatti interpretativi.

La chiave di lettura prioritaria è quella della conoscenza – valorizzazione – fruizione, il cui compito, attraverso eventi e processi culturali tout court, sono affidati al Museo che si apre a prospettive eterogenee nei comparti delle culture.

Taranto istituzionalmente rientra tra i 20 Musei strategici (e poi altri 10 siti) nel tessuto dei beni culturali.

Da qui bisogna partire, perché soltanto riconsiderando la politica dei beni culturali questa città potrà trovare nuove fasi di sviluppo. Non si tratta di uno “scippo”, di un fatto grave, di una mutilazione per Taranto.

Le Soprintendenze non fanno cultura in sé. Fanno tutela, amministrano, hanno un organismo strutturale ma i compiti specifici sul piano degli eventi culturali sono affidate alle “Agenzie” della cultura, ovvero, in questo caso specifico, al Museo con la sua fondamentale autonomia.

Senza allarmismi bisogna cercare di ragionare in un tempo in cui tutto si trasforma e la Riforma Franceschini è un’ottima riforma, che sa aprirsi a ventaglio sulle economie che la cultura può produrre. La cultura è un fatto “produttivo” che trasforma le società.

Senza la solita lamentazione si prenda atto che le società in transizione devono sapersi confrontare con la mutevolezza della realtà. Non si tratta di fare la cronistoria della nascita della Soprintendenza e piangersi addosso. Ci sono fattori nuovi che avanzano. Da Assessore alla Provincia di Taranto avevamo cercato di rivoluzionare persino il concetto di cultura a vantaggio di progettualità culturale.

Siamo in una nuova fase e dobbiamo avere la capacità, il coraggio, la competenza dei tempi nuovi che abbiamo davanti. È  una antica espressione di Aldo Moro riferita alla cultura del Sud:  I tempi nuovi sono davanti a noi ma mutano con l’intelligenza di capire.

È necessario leggere la Riforma tenendo presenta questa riflessione. Soprattutto per una comprensione di una geopolitica dei beni culturali è opportuno che il tutto diventi immediatamente applicativo. Soltanto superando la fase iniziale si potrà dare un senso alla nuova concezione della cultura dei beni culturali in una interpretazione sia filosofico – identitaria sia politica sia estetica sia economico – valorizzante.

 

 

 

 

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