Il CCiclAT commenta le piste ciclabili alla teramana

La realizzazione di una pista, o di un itinerario (e chi di mobilità ciclistica se ne intende sa che non sono la stessa cosa), ci rende sempre felici. Pensare alla mobilità non motorizzata, all’interno di una città come Teramo, denota una maggiore sensibilità, verso ciclisti e pedoni, da parte dell’amministrazione comunale che, abbiamo appreso, nel Piano Urbano del Traffico vuole anche inserire una rete di percorsi ciclabili che interessi tutta la città.

Quindi Teramo si appresta, finalmente, a diventare la città del pedone e dalla bicicletta?

Ce lo auguriamo di cuore, anche se, forse, maggiore attenzione andrebbe mostrata verso la progettazione, e la realizzazione, dei pochi percorsi cittadini che oggi caratterizzano la nostra città.

Prendiamo il caso del breve tratto di pista ciclabile recentemente realizzato su via Memminghen a Colleparco, che parte dall’incrocio con via Balzarini (la strada dell’Università) e arriva all’incrocio con via Melarangelo.

170 metri di pista ciclabile che racchiude una serie di errori da manuale, tanto da costituire un caso esemplare di come NON dovrebbe realizzarsi un percorso per biciclette.

Tralasciando, in questa sede, considerazioni sulla reale utilità di un percorso di qualche decina di metri che unisce un non luogo ad un altro (in futuro, speriamo, la mini pista verrà collegata con qualche punto di interesse del quartiere, se non della città), ci preme evidenziare come la progettazione di piste ciclabili (che, per il codice della strada, sono considerate strade a tutti gli effetti – art. 2, comma 2, lettera Fbis del Dlgs 285/1992) sia puntualmente regolamentata, oltre che dal Codice della Strada stesso, anche dal D.M. 557/1999.

Tale norma prevede che la larghezza di una pista ciclabile “in sede propria”, come quella in questione, a due corsie di marcia, sia di m. 2,50, con una pendenza che non può superare il 5%. Le corsie della nostra pista, oltre che essere molto più inclinate, hanno una larghezza che non raggiunge i 2,50 e, nella curvetta verso via Melarangelo, si restringono ulteriormente senza nessuna segnalazione.

Ma la cosa più eclatante è la squillante colorazione blu della segnaletica orizzontale, non prevista da nessuna normativa (il blu viene utilizzato solo per gli stalli di parcheggio a pagamento), visto che il codice della strada e il relativo regolamento prevedono il colore bianco sia per le strisce di corsia che per i pittogrammi.

Una scelta incomprensibile ed estemporanea, ma altri errori caratterizzano la nostra pista ciclabile: le linee di “stop” poste in corrispondenza dei passi carrabili, dove la pista si interrompe e viene raccordata da un attraversamento ciclabile sono invenzioni che non trovano riscontro nella normativa. Infatti il percorso ciclabile si interrompe con un attraversamento solo se incrocia strade a traffico veicolare, e gli accessi carrabili non sono strade, ma accessi privati, e quindi sarebbe stato più corretto utilizzare le linee di corsia discontinue e non i “quadrati” dell’attraversamento ciclabile. Mancano, inoltre, i segnali di inizio pista dopo ogni passo carrabile.

Ma c’è di più: le auto in sosta nei parcheggi adiacenti la pista, non avendo elementi “ferma ruota” che impongono una distanza del cofano dal percorso ciclabile, spesso lo invadono, con grave pericolo per chi (ma nei diversi sopralluoghi che abbiamo fatto in loco, non ne abbiamo visto nessuno) dovesse avventurarsi in bici sulla ripida pista blu.

Insomma, ce n’è da scriverci un trattato, e si rimane meravigliati di come il progettista abbia potuto produrre un simile insieme di inesattezza e come chi ha validato il progetto non abbia notato la non conformità alle norme.

Speriamo che chi di dovere provveda a risolvere le problematiche descritte e che, soprattutto, si attivi perché simili errori non si compiano più, nel blu dipinto di blu.

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