Guido Cavalcanti, innovatore e maestro nel vocabolario contaminante di Averroé

di Pierfranco Bruni

L’influenza islamica e la cultura araba sono nella formazione di un poeta che ha considerato il linguaggio della canzone e della ballata come modello non solo espressivo letterario, ma anche filosofico. Averroé è nel suo flusso meditativo. Ma Averroé significa Avicenna.

Un Mediterraneo in una Spagna che ben ha saputo assorbire, pur in un conflitto di esigenze esistenziali e territoriali, tutto un mondo islamico che ha trovato nel Medioevo la congiunzione tra le Europe e i Mediterranei. Poesia e filosofia, come saggezza dell’essere tra la vita, il dolore e la morte, sono state metafisiche e luoghi del pensiero mai contrapposti.

Guido Cavalcanti è una testimonianza forte in una città come Firenze che ha saputo raccogliere il linguaggio come colore e le voci come volti. Cavalcanti era nato a Firenze, appunto, nel 1258, e muore a 42 anni, nel 1300. Una vita attraversata dalla filosofia della politica nella “famiglia” dei guelfi bianchi. Compagno di cordata di Brunetto Latini e Dino Compagni.

Si dice che fosse ateo. Ma Averroé è nel suo pensiero di profeta: “Una è la verità in filosofia, altra in religione: la prima è per i filosofi, soltanto; la seconda, invece, è per tutti”. Un meditare aristotelico che sarà sempre nel suo sfogliare le pagine della vita. A causa di scontri tra le fazioni dei bianchi e neri viene costretto ad andare in esilio con il benestare di Dante Alighieri.

L’esilio per Cavalcanti è uno scavo tra le parole e il pensiero e la sua poesia – canzone assume gli echi di un ulissismo, che caratterizzerà anche lo stesso Dante che non si risparmia a collocarlo nell’Inferno e nel Purgatorio, dove lo si trova nel Canto X e Canto XI. Comunque resta un maestro per Dante perché in Cavalcante l’epistemologia arabo – islamica è ben presente proprio nel modulare del pensiero – verso.

 

Resta incerto se abbia fatto o meno un pellegrinaggio a Santiago di Campostela, ma la Spagna islamica è nella sua formazione e proprio in virtù di ciò è molto dubbia la sua visione atea che è difficile catturare dai suoi testi, nei quali i tre riferimenti restano l’esilio, il dolore e l’amore – morte.

La dolcezza dello stile rende “novo” l’agonia degli amori che si vivono intrecciati a cercar la morte dell’amore stesso. Non la negazione, ma l’amore perché nel momento in cui nasce vive già il senso della fine, un anticipatore di Leopardi e di D’Annunzio e di Pavese. L’amore come perfezione dell’immortale e quando si spezza la perfezione l’immortale dell’anima diventa il finito e il tragico prende il sopravvento.

Una dimensione mistica è il sogno che da vissuto diventa irraggiungibile: “Sì giunse ritto ’l colpo, al primo tratto,/che l’anima tremando si riscosse,/veggendo morto ’l cor nel lato manco”. Già, quando si colpisce il cuore si colpisce il centro e l’universo diventa indifendibile. Oppure: “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core/e destaste la mente che dormia,/guardate a l’angosciosa vita mia,/che sospirando la distrugge Amore”.

A dar senso a questo battuto di parole, nella contaminazione di un vocabolario che lega il fiorentino al Mediterraneo, è un immaginario che si sviluppa intorno al Medioevo le cui radici hanno una misura mistica profonda che Cavalcanti recupera sotto l’essenza del verso, ma il verso è oltre il letterario cammino della tradizione classica.

È innovatore, Cavalcanti, per il fatto di aver “usato” la parola – verso – canzone come strategia del pensiero forte proprio nell’usare il linguaggio come comunicazione contaminante. È innovatore perché è un contaminatore.

Boccaccio lo aveva ben capito tanto da definirlo: “un de’ migliori loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale” e “leggiadrissimo e costumato e parlante uom molto”. Affermazioni che resteranno come testimonianza nell’orizzonte di un poeta che ha saputole gare la mancanza alla fine e la perdita dell’amore alla morte.

Da qui nasce lo stile nuovo non di fare poesia, ma di sentire la poesia come anima e come corpo. Il “novo” è nell’innovazione, ma non si innova, o non si rinnova un linguaggio, senza fare delle contaminazioni un tessuto in cui l’esistere si amalgama con il colloquiare.

Tra anima e corpo è la parola che contamina la spiritualità della parola con il comportamento. Ed è così: “Voi, che per li occhi mi passaste ’l core/e destaste la mente che dormia,/guardate a l’angosciosa vita mia/che sospirando la distrugge Amore”.

La vita e l’amore. Gli occhi e il cuore. L’intelletto e il sonno. L’angoscia e la fine (distrugge). Averroé (“Chi pensa è immortale, chi non pensa muore”) è al centro di questo cerchio che costantemente si misura con il gioco del labirinto e la parola resta mistero. In Cavalcanti, proprio nell’arte della parola, insistono sia la Provvidenza che la Creazione. Ma l’una è contaminante dell’altra e viceversa. E qui c’è tutto Avveroé: “Le prove dell’esistenza del Creatore si riducono a due generi: la prova della Provvidenza e quella della Creazione”. Uno scavo nel vocabolario contaminante islamico per un Cavalcanti profeta poeta: “Anim’, e tu l’adora/sempre, nel su’ valore”.

 

 

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