dichiarazioni a consuntivo della convention di Capri

Gli imprenditori di Confindustria Abruzzo all’unisono reclamano che
si affrontino le questioni dell’economia reale in luogo di quelli
della finanza. Che si faccia “pulizia” per avere candidati “candidi” –
come vuole l’etimologia della parola che oggi Morelli ha richiamato
con l’immagine forte di uomini in tunica bianca. Che sia per tutti il
rispetto delle regole e della legalità. Che l’Abruzzo sia compatto di
fronte all’Europa e faccia largo al nuovo, fuori dai campanilismi
manipolativi di un mondo vecchio che taglia le gambe ad ogni possibile
prospettiva di futuro economico.

Capri. Verdecchia, Confindustria Teramo: mettiamo avanti le strategie
per l’economia, quella reale

Forse nei dibattiti pubblici dovremmo concentrarci sull’economia
reale e dedicare spazio alle strategie da mettere in campo per una
possibile ripresa: decidere quali sono gli asset sui quali canalizzare
le risorse del Pese e gli investimenti. Energia e tecnologia sono i
pilastri intorno ai quali si gioca il futuro, dell’Europa e
dell’intero pianeta. A riguardo posso citare i dati che riguardano
la nostra provincia, che ritengo siano indicatori significativi anche
per una visione più ampia.

In questo terzo trimestre 2012 le nuove imprese giovanili registrate
in provincia di Teramo sono 143: una crescita del 2,9% rispetto allo
stesso periodo del 2011.

Balza all’occhio un dato, il calo forte, quasi del 50%, per il
settore più tradizionale: quello dell’industria manifatturiera.

Questo mi fa pensare che non possiamo tardare ancora nell’attivarci
verso quei settori sui quali da troppo tempo si indugia e che possono
insistere positivamente anche sul manifatturiero, in termini di
abbattimento dei costi di produzione: energia e tecnologia.

Infatti, e purtroppo, a fronte dell’incapacità di programmare una
pianificazione dello sviluppo, la maggior parte delle nascite si
registra nei settori delcommercio, delle costruzioni e dei servizi:
settori più appetibili perché già strutturati, ma non in grado di
“addizionare” Pil né di portare in avanti l’Abruzzo
posizionandolo sui comparti di avanguardia.

Restare ancorati ai segmenti tradizionali ci candida a collocarci in
crisi già nel futuro prossimo: ci vuole una politica che spinga gli
investimenti e le idee su rinnovabili/alternative e Itc.

I dati consolidati per il 2011 in provincia di Teramo ci parlano di
4.499 imprese giovanili (il 12,2% del totale delle imprese) e 9.850
femminili (il 26,8% del totale): in entrambe i casi si tratta di
valori superiori alla media regionale che nel 2011 ha visto 17.883
imprese giovani (11,8% del totale) e 41.958 imprese femminili (27,7%
del totale).

Sicuramente nella lettura dei dati, che sembrerebbero disegnare una
provincia in exploit, va tenuto conto che la registrazione di nuove
partite ivaspesso viene erroneamente assimilata alla nascita di nuove
imprese: purtroppo non è così, anzi, le nuove partite iva spesso
traducono stato di precarietà per mancanza o perdita del posto di
lavoro.

Per quanto riguarda l’internazionalizzazione, dopo il crollo del 2009
i dati sull’export in provincia di Teramo ci parlano di una ripresa a
due cifre (+12,9% delle esportazioni) ma con una propensione ad
investire ancora troppo concentrata sulla sola Europa.

Ma anche sull’internazionalizzazione i dati hanno una duplice
valenza: nel nostro caso viene attribuita ad essa il solo significato
di “export” ma, in realtà, il termine indica l’applicazione,
durante la fase di progettazione del prodotto, di tutti gli elementi
necessari affinché lo stesso possa essere facilmente venduto proprio
sul mercato internazionale. Insomma, viene creata una creatura ad hoc
e solo per il mercato estero. Nella nostra provincia, invece, molto
spesso si genera il prodotto senza differenziazione alcuna tra mercato
nazionale e mercato internazionale: si vende semplicemente perché, e
nonostante tutto, il made in Italy, e più specificatamente in
Abruzzo, ancora “tira”.

Anche in questo caso una politica di sviluppo che transiti anche per
una forte protezione dei marchi e dei prodotti originali abruzzesi non
può essere procrastinata, come ci testimonia il mercato della
globalizzazione della falsificazione.

Capri. Panunzi, Confindustria L’Aquila: le banche hanno scelto la
finanza anziché l’economia

Questa mattina gli imprenditori hanno ricevuto una tiratina di
orecchie: saremmo responsabili anche noi delle politiche adottate
dalle banche in materia di accesso al credito giacché se queste
ultime non sono adeguate evidentemente anche noi non siamo capaci di
far pervenire le esigenze in maniera chiara ed univoca.

Mi preme precisare che quando ci presentiamo in banca è dalla stessa
che ci vengono sottoposte le linee di credito e che queste non vengono
certo concertate con la categoria imprenditoriale che, invece, le
subisce de plano.

Continuare a sentir parlare di spred anziché di economia reale e di
accesso al credito per nutrirla è frustrante. Che poi “il credito
costerà di più e sarà meno abbondante e ancora più selettivo”
– ripeto testualmente del parole delle ore 11,47 – suona quasi
come invito a dismettere la professione di imprenditore. Ancora più
selettivo e meno abbondante di oggi equivale a dire che il credito è
finito. Ma allora le banche non sono imprese? Non rischiano? E’
evidente che continuare a investire le risorse per acquistare titoli
non è una politica di crescita, anzi, significa fare una scelta
precisa: finanza in luogo di impresa.

Da ultimo, mi pare evidente che non siamo noi imprenditori i
responsabili di passate, e magari anche sbagliate, politiche di
sviluppo. E meno che meno lo siamo Noi Giovani del debito maturato
fino ad oggi!

Se di riformare abbiamo bisogno che si proceda, ma tutti, banche,
imprese, politica.

Fare le riforme per alcuni si e per altri no è decisamente
strumentale oltre che fortemente antidemocratico.

Capri. Addari, Confindustria Pescara: “candidato” significa
“candido”

Questa mattina il nostro Presidente Jacopo ha ricordato
l’etimologia della parola “candidato: “candido” nei tempi
della nostra comune matrice storica stava a significare il “candore
dovuto” da parte dellle persone che si offrivano insieme alla loro
integrità personale e politica quali rappresentanti della società
civile e delle sue scelte. Un’immagine forte, quella dei candidati
con la tunica bianca. Ecco, su questo invito tutti a riflettere,
perché nel nostro Paese in questo momento si è smarrito il concetto
di etica: altrove, per questioni di gran lunga di minore entità, chi
si ritrova invischiato in questioni riconducibili alla legalità si
dimette. Sarà poi la magistratura ad accertare i reati, per il
mentre, l’uscita dalla scena pubblica è ritenuta giustamente
doverosa.

Direttamente collegati alla questione dell’etica sono i tempi della
giustizia a dir poco insostenibili: è vero che il reato va accertato
ma sia accertato! Se per una sentenza bisogna aspettare anni per poi a
volte concludere con una nulla di fatto non possiamo dire di essere in
un Paese etico né di diritto.

Capri. D’Alessandro, Confindustria Chieti: l’Abruzzo si confronta
con l’Europa con le armi del campanilismo

Percepisco in maniera ancora più forte, mentre qui a Capri si parla
di Europa, come l’Abruzzo si stia collocando nelle retrovie. Stiamo
perdendo il nostro tempo a discutere se e quante Province dobbiamo
avere, come “ripartircele”, quali e dove gli uffici, i tribunali,
le prefetture… Questo campanilismo ci fa perdere l’orientamento,
che dovrebbe invece tenere lo sguardo rivolto all’Europa e non ai
nostri “orti” da coltivare. Le continue polemiche e i bizantinismi
collegati al discorso degli accorpamenti delle province sono percepite
dai giovani come ulteriori elementi che agevolano la fuga dei migliori
talenti dai nostri territori all’estero, dove i campanilismi non
esistono ma, soprattutto, non costituiscono fattori ostacolanti per la
crescita dell’economia e della societa’.

Voglio lanciare un monito ai decisori – pubblici, politici e privati
– affinché cessi questa lotta intestina e si vada avanti con una
provincia, due o qualsiasi altro numero da superenalotto, ma con un
Abruzzo unico. Siamo già un bacino di utenza insignificante: 1.2 ml
di persone non sono nulla nel mercato globale e sui tavoli nei quali
vengono prese le decisioni per tutti. Essere assenti nel momento in
cui vengono ridefinite le sorti e il futuro di tutti i Paesi ci fa
scomparire dalla scena nazionale e mondiale… qualora ci fosse data
ancora una chance per esserci.

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