Dalla Riforma Franceschini al pensiero sull’arte di Papa Francesco

di Pierfranco Bruni

“I musei devono accogliere le nuove forme d’arte. Devono spalancare le porte alle persone di tutto il mondo. Essere uno strumento di dialogo tra le culture e le religioni, uno strumento di pace. Essere vivi! Non polverose raccolte del passato solo per gli ‘eletti’ e i ‘sapienti’, ma una realtà vitale che sappia custodire quel passato per raccontarlo agli uomini di oggi, a cominciare dai più umili, e disporsi così, tutti insieme, con fiducia al presente e anche al futuro”.

Sono parole e incisi non di un attento studioso di museografia o di beni culturali, ma di Papa Francesco. Lasciano un segno preciso in una società e in una temperie che spesso, lo stesso Papa lo ha sottolineato in più occasione, vivono il “sistema” dello “scarto”. Credo che questo pensiero, e i successivi posti sempre dal Papa nel libro “La mia idea di arte” (Mondadori), lo dovremmo ascoltare tutti: cattolici, laici, eretici, atei. Insiste sulla questione del bene come fattore etico ed estetico delle civiltà e dei popoli che trasmettono valori di appartenenza, di identità e di eredità.

Il discutere sulla Riforma Franceschini dei beni culturali, a leggerla nella complessità, ma anche nei particolari specifici del concetto di museo, porta inevitabilmente verso questa idea di concepire i musei e con essi le diverse forme di arte. Un’idea che crea condivisione intorno ad un tema forte che è quello della valorizzazione.

Infatti Papa Francesco pone una questione di come far vivere le opere universali e di come accoglierle nella loro presenza testamentaria. Sono testimonianze del mistero dell’uomo e in quanto tali vanno vissute nella direzione della fruibilità. Su questo, Papa Francesco insiste.  I musei devono essere “il luogo del bello e dell’accoglienza”. Il concetto di accoglienza è molto sentito.

Nella Riforma Franceschini il luogo dell’accoglienza è il luogo in cui il visitatore si riconosce in un confronto tra civiltà. Mi sembra una strategia dell’attrazione che ha una sua umanitas proprio nella centralità della cultura intesa come bene. Certo, la visione del Pontefice è quella della evangelizzazione delle culture in passaggio necessario che è quello della misericordia. Ma i beni culturali, essendo un patrimonio dell’umanità, hanno nel loro interno una teologia che non è soltanto quella del visibile, ovvero dell’oggetto, ma anche quella della lettura dei simboli.

Un frammento archeologico, per fare un esempio, non ci parla soltanto attraverso la materialità, ma ci comunica un tempo indefinibile che è quello non solo della memoria, bensì della spiritualità della memoria. In fondo il bene culturale ha sempre una interpretazione religiosa (il laico ha la religiosità del laico) in quanto ha una dimensione di tempo infinito, che è inciso nel linguaggio delle forme.

Il mito non diventa trasposizione nel sacro. Mito e sacro sono una antropologia dell’anima che si vuole chiamare dell’umanesimo o pre – illuminista e post. Quell’antropologia permette non solo la credibilità della testimonianza, ma anche il senso della vitalità. Da questo punto di vista i beni culturali creano dei ponti tra popoli e civiltà grazie ai modelli di archetipi e di mistero sacrale.

Nei punti nodali della Riforma Franceschini ci sono questi elementi che permettono di vivere, e non solo leggere, le culture come fenomeni integrali delle civiltà. Il messaggio che offre il Papa sull’arte è importante per laici e cattolici. Il concetto di bene culturale, per la nuova Riforma, apre le porte e interagisce con i diversi saperi.

Una lettura comparata che andrebbe proposta come energia positiva per non seppellire il passato nello “scarto”, e la Riforma lo fa capire, e per realizzare  il futuro della cultura come bene necessario nei processi interattivi tra culture ed esistenze.

 

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