Chieti: dall’abruzzese Solfanelli “Un amore nella bufera”, una storia d’ordinaria poesia

Un film pornografico, firmato da Pier Paolo Pasolini, “I cento giorni di Sodoma”, ha proiettato l’ombra viscida e turpe della calunnia sopra l’avventura dei giovani militanti nella Rsi. Giovani che si arruolarono volontariamente nelle forze armate della Rsi non per rovesciare l’esito inevitabile della guerra o per dare sfogo a istinti pasoliniani ma per lavare l’onta della resa senza onore a Cassibile.

I combattenti della guerra già perduta, infatti, rivivevano, nella tragica realtà della lotta impari, i poemi degli eroi sfortunate, le storie tragiche, che avevano nutrito la loro anima negli anni della scuola: Ettore che affronta Achille, gli spartani alle Termopili, Orlando a Roncisvalle, Corradino di Svevia, Giovanni dalle bande nere.

Chi ha frequentato repubblichini autentici e irriducibili, quali Enzo Erra, Bartolomeo Zanenga, Primo Siena, Roberto Melchionda, Sergio Bornacin, Giano Accame, Sandro Guarnieri, Silverio Bacci, Lello Graziani, Silvio Adorni, Alfredo Burzomato, non può disconoscere l’alta virtù che ha governato la loro esistenza.

Ora uno spiraglio alla verità sull’animo dei combattenti repubblicani è aperto da un breve, magnifico racconto di Marino Solfanelli, “Un amore della bufera”, pubblicato il questi giorni da Tabula Fati, animosa e brillante casa editrice in Chieti.

Solfanelli traduce e diffonde la sua passione di testimone e di storico in uno stile narrativo limpido e coinvolgente. Chi legge il suo breve racconto è trasportato nell’atmosfera singolare in cui operava l’ultimo fascismo. Un luogo della memoria dove l’eroismo dei giovani volontari incontrava la purezza del sentimento. Non un’invenzione letteraria ma una storia che si rovescia felicemente nella letteratura.

Lo scritto di Solfanelli contribuisce al dissolvimento del fumo fetido e malsano che fu prodotto da Pasolini per la contentezza degli antifascisti radunati nel salotto degli iniziati ai misteri della dissoluzione totalitaria. Il libro si colloca felicemente nella scena del revisionismo accelerato dall’esito fallimentare delle ideologie che hanno vinto la seconda guerra mondiale. (Piero Vassallo)

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