Carla Fracci e i suoi ricordi sull’Aquila: chiusura dei Cantieri dell’Immaginario 2015 con l’icona della danza classica internazionale

Giovedì 13 agosto con “Danzare la musica”, in Piazza Santa Margherita (ore 21.30), Carla Fracci chiude la rassegna de I Cantieri dell’Immaginario.
Questo che segue è un suo ricordo su L’Aquila, che ci ha voluto affidare

La prima volta che arrivai a L’Aquila ero proprio una ragazzina, una ragazzina davvero, del quarto corso della Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, il mio nido. Non avevo il titolo di prima ballerina, e ricordo benissimo, in quella tarda mattinata, il cielo sulla città era terso, di un azzurro pallidissimo, quasi bianco e dalla città arrivava un pullulare di voci e suoni, come se battessero insieme sommessamente mille campanellini d’argento mischiati a voci tenerissime, a grida infantili. Quante saranno state quelle voci? L’umanità intera? L’umanità intera che godeva con tutta l’anima quell’azzurro quasi bianco di quel cielo terso. Vergine. Era fine agosto ed eravamo arrivate con le altre ragazzine della Scuola della Scala dalla colonia estiva del Teatro che era a S. Benedetto del Tronto. Uno sciame di ragazzine. E via, tutte giù insieme, fino a bearci alla visione delle Novantanove Cannelle.

La seconda volta che ci arrivai ancora lo stesso cielo, terso, azzurro quasi bianco. Era passato qualche anno, ma anche quella volta nel mio breve racconto vien fuori sempre il mio legame con il Teatro alla Scala. Eravamo in tournèe con la Compagnia di Balletto. Rimini, Pesaro, Ancona, la tournèe finiva a Pescara. Era l’ultima settimana di maggio. Il giorno dopo l’ultima recita eravamo finalmente indipendenti dall’obbligo di viaggiare tutti insieme. Decidemmo con Beppe, con il quale già condividevamo tanto affetto e tanti impegni, di noleggiare un’utilitaria e di rientrare a Milano facendo un lungo tragitto: L’Aquila, Spoleto, Perugia, Arezzo, poi verso nord… Avevamo deciso di dormire a L’Aquila.

All’uscita della pensione a Pescara, il mattino presto, Beppe colse una bellissima rosa bianca dalla spalliera all’ingresso della pensione …come per ornare il parabrezza dell’utilitaria. Miracolosamente una bellissima, semplicissima, candidissima farfalla bianca si posò su quella rosa. Un miracolo? Con estrema cautela Beppe mise sul parabrezza, all’interno dell’utilitaria, quella rosa e quella farfalla. Miracolo. La farfalla non si mosse. Restò come se avesse radicato le sue gambine nei petali bianchi. Per l’intera giornata quella rosa e quella farfalla ci accompagnarono come se si portasse un trofeo di poesia. La farfalla non ci lasciò neppure quando, dopo aver cenato benissimo in un ristorantino vicino al Teatro Comunale, andammo a dormire. E la rosa con la farfalla fu messa in un bicchiere di acqua fresca nella speranza che la farfalla ci attendesse fino alla mattina dopo.

Infatti, ci attese. Con il nostro trofeo attraversammo la bellissima città e in quel momento preciso realizzammo quell’impressionante, straordinario assemblaggio di grande architettura, di straordinarie memorie che era il vanto della città.

Che mattinata sotto quel cielo terso e con quel trofeo. Poi decidemmo di scendere fino a quello che per noi rappresentava il luogo più famoso della città, la Fontana delle Novantanove Cannelle. La gente ci guardava con molta curiosità e sorrideva e quasi batteva le mani. Il nostro trofeo, ancora infilato nel bicchiere per conservare fresca la rosa, emanava chiaramente gioia e serenità. Arrivammo alla fontana, mettemmo il bicchiere sulla balaustra, e dopo più di mezz’ora, quando le campane suonarono il mezzogiorno la farfalla bianca si risvegliò dal suo sogno, che poi era il nostro sogno, e volò via. Nelle orecchie ho ancora una voce infantile: “Guarda mamma, la farfalla vola via…” Aveva riacquistato la sua libertà sentimentale.

Tornai ancora una volta a L’Aquila. Questa volta, ancora con Beppe, al Teatro Comunale. Io ormai ero abbastanza conosciuta e Beppe un teatrante importante. Ci accolse lo stesso cielo azzurro, quasi bianco, terso e fu una serata indimenticabile. Romeo e Giulietta con la bellissima musica di SergejProkof’ev, una valanga d’amore mi arrivò quasi con violenza da quel pubblico così definitivamente attento e così straordinariamente riconoscente. Il grande rito della morte di Giulietta era avvenuto e si doveva sotterrarla nell’amore. Mi avevano mandato tanti fiori in camerino. Finita la recita, li raccolsi tutti e scendemmo ancora a notte fonda verso quello che, dopo averlo visto una volta, lo senti come il simbolo dell’amore che si rinnova, dell’amore che continua, dell’amore per l’eterno, dell’amore verso tutti gli uomini: la Fontana delle Novantanove Cannelle. Ci lasciai tutti i fiori. Al mattino dopo si saranno molto arrabbiati gli uomini che tenevano pulito quel luogo così allegro e insieme severissimo.

E poi ci fu una nuova visita a L’Aquila, con le parole bellissime di Roberto Cavosi, autore di “Cavaliere di Ventura” una storia intrigante, viva poeticamente e teatralmente che mischia Amleto con Fortebraccio, la Morte, Ofelia, il Diavolo, con attori e danzatori stupendi. Io ero Ofelia, il grande Virginio Gazzolo Fortebraccio, Nisi il Diavolo, poi la stupenda Angela Cardile, il danzatore Riccardo Massimi Amleto. Un successo che si ripeteva di sera in sera dopo la prima avvenuta a San Miniato al Monte per l’Istituto del Dramma Popolare.

Io danzavo, oltre a recitare, un grande a solo ed un passo a due sulla musica di DmitriShostakovich.

Una grande soddisfazione vedere il bellissimo Teatro Comunale gremito in ogni ordine di posto nonostante la pioggia ci avesse impedito di recitare all’aperto in un magnifico cortile proprio al centro della superbamente bella città.

A notte fonda come si fosse stabilita una tradizione, una passeggiata giù fino alle Novantanove Cannelle e lì Gazzolo recitò :

………… Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? ……….

La Luna aveva vinto la sua battaglia contro il temporale.

Era l’estate del 1999.

Un anno fa, dopo il disastro, una sera, anzi una notte, in macchina decidemmo di andare da Roma su verso L’Aquila, verso il senso dell’Olocausto accaduto. Eravamo in quattro, io, Beppe, nostro figlio Francesco e il suo figlio più grande, Giovanni. Fra di noi correva solo una domanda… Perché… Dio mio, perché?! Perché, Dio mio? Non arrivammo alla Fontana delle Novantanove Cannelle. Tutto era come straziato. Il riso, il suono dei campanellini, le voci infantili non c’erano più. Certo, era notte, una notte densa di dolore dilatato, di bambini che cercano disperati altri bambini, di madri che cercano nel deserto immane del dolore, di pianto di vecchi spalati via senza pietà dai vecchi nidi, la città senza suono e senza campane. Solo dei grandi, profondi sospiri dolorosi che sembravano quelli dell’intera umanità che soffre. Perché?… Dio mio, perché?… e tanta voglia di piangere a dirotto, come penso che si sarà trasformata in quelle ore l’acqua delle Novantanove Cannelle.

Ci siamo tornati nel febbraio scorso, il cielo era nuovamente azzurro, quasi bianco, terso. Volevamo renderci conto dei tanti perché… Dio mio, perché tanto disagio, tante contraddizioni, tanti appuntamenti mancati, tanti affetti disgiunti, tanta voglia di non ritrovarsi, tanta voglia di non volersi bene e pensare solo a una parolaccia immonda, interesse: domande ricorrenti nella mente di tanti uomini e donne che si vogliono molto bene. Dio mio, perché? Alcune signore anziane, molto anziane, o parevano anziane, probabilmente erano molto più giovani di me, mi riconobbero incredule. Le guardai bene, queste vecchie colombe, che non avevano ancora ritrovato il nido, ma mi sembrò che portassero nei loro becchi l’ulivo della pace e che la speranza fosse rinata nel loro sguardo stanco. La speranza… Non raggiungemmo la Fontana delle Novantanove Cannelle, avevamo timore che il gorgoglio dell’acqua recasse l’eco di un pianto eterno che accomunava l’intera umanità che soffre. Dio mio, perché?

Carla Fracci

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