Le civiltà non sono Occidente ed Oriente. Sono contaminazioni di identità

di Pierfranco Bruni

Restare in ascolto del tempo che muta i nostri visi trasformandoli in maschera mi sembra vedersi finire osservandosi nel terribile della fine senza accogliere alcuna consolazione. L’Occidente mi lacera. Mi lacera con le sue sicurezze assurde. Mi lacera specchiandosi nel pensiero di Platone e trascurando Socrate. Mi lacera pensando al fatto che per tutte le vite che ho vissuto mi è stato insegnato dove sta il bene e dove sta il male.

Hegel è stato il più terrificante contaminatore delle ipocrisie. Come chi ha predicato la “pace perpetua” per una logica di un platonismo che è fermato storicamente a Platone.  Vorrei che una volta per sempre si scavasse nella verità delle storie e delle filosofie, ammesso che storie e filosofie abbiano il dono profetico delle verità possibili. Si è detto e si continua ad ascoltare che la CIVILTÀ è nata in Occidente, in quell’Occidente Greco, le cui culture si sono traslocate nel mondo latino e la filosofia soprattutto greca ha disegnato il quadro della dimensione del Pensiero.

Da Schopenhauer a Nietzsche l’Occidente non può distarsi da ciò che è stato ed è l’Oriente. Il Pensiero occidentale, filosofico e letterario e antropologico, non diventa più contaminante. È piuttosto la civiltà orientale che è dentro la geo-antropologia occidentale. Il mondo orientale proietta il suo pensare del viaggio onirico in Occidente che non conosce più la pazienza e l’attesa.

Si continua a ripetere che la centralità dell’Occidente resta Platone. Può essere vero. Ma l’occidente tout court non è “sinonimo” di Civiltà nella visione greca del Pensiero. Gli assolutismi conducono al mondo del pensiero autoritario. Una Grecia che ha incarnato il senso di guerra come principio, che ha concesso il libero “arbitrio” a immaginari che vanno da Lesbo a Sibari e che ha mitizzato la simbologia di Circe e che per un rapimento d’amore si è inventata la guerra dei dieci anni concludendo con la distruzione di Troia (in Oriente) non mi sembra proprio la Testimonianza di una Civiltà da intendere come buona vita buona tradizione buon riferimento.

Ulisse è Occidente? Mentre Enea è Oriente? Ulisse si serve dei simboli occidentali anche in amore: Circe, Calipso, le Sirene. E il simbolo più caratterizzante è Polifemo. Si pensi al legame tra Polifemo e l’Occidente. O alla notte di Itaca. Enea non sfugge alle sue tragedie e Cartagine è la tragedia di un Oriente distrutta per amore e Didone è, comunque, una figura di donna travolgente che offre ad Enea Amore e non Immortalità.

L’Oriente di Didone è un amore che si consuma nel suicidio. L’Occidente di Calipso è un amore ricatto, perché l’immortalità diventa un ricatto. Ma l’Odissea e l’Eneide sono scritti da due autori la cui civiltà è quella occidentale. Il suicidio di Didone è la metafora della tragedia che consuma il destino di un Mediterraneo tunisino – arabo. Calipso e la sua isola sono la metafora della maschera perché lei diventa la nasconditrice, colei che nasconde e offre l’apparenza. L’immortalità è l’apparenza di un tempo che non ha distanze. Troia e Atene sono l’incontro e il conflitto tra Oriente e Occidente.

Il mondo greco e il mondo latino. Un mondo dove manca la contemplazione, il mistero, l’indefinibile. Un mondo dove il concetto di Anima è un respiro solitario nei sottofondi delle Caverne. Perché è la ragione che prende il sopravvento sul mistero. L’anima con la sua Ragione e non la spiritualità con la sua Illuminazione.

La “Saggezza” è altra cosa. Ma giungerà con Seneca. Seneca non è profondamente occidentale. La sua Spagna è un incrocio di Orienti. Il mondo giudaico farà da tramite tra la grecità e la latinità. Resterà sempre trasversale e inaffidabile perché assume le scorie della Grecia e dell’imperativo latino per fonte norma. Ciò avviene anche nel processo a Gesù. È li che si consuma l’intreccio tra il destino ebreo – giudaico e quello greco – latino.

La Parola di Gesù è completamente fuori dalla “logica” Occidentale. Non si può legare Platone con Gesù. Non si possono creare fili intrecciati di tradizione. Con Pietro sì. Pietro è il giudaico – ebreo nell’Occidente greco – latino. Paolo è il vero continuative di Gesù. La Croce non è simbolo di morte, nel mondo degli sciamani, ma di luce. Paolo è l’Oriente che attraversa i Mediterranei per giungere in Occidente.

Resto convinto che abbiamo bisogno di capire gli Orienti per stabilire una tradizione. Sia come filosofia che come insegnamento di vita. La Grecia platonizzata non è esempio di Civiltà come viene inteso il termine di civiltà in Occidente. Gli Orienti ci camminano nell’anima e non è quell’anima platoniana. Ulisse è l’inganno, ma è anche la necessità della nostalgia di farsi rimpianto e comunque resta indiscutibilmente la maschera pirandelliana nella quale si trasferiscono la solitudine dell’uno e la confusione di centomila.

Bisanzio è altro da Troia o da Cartagine o della Mesopotamia. Atene e Sibari sono culture della perdizione dopo i fasti. Troia e Cartagine sono i simboli della vera tragedia e del sogno. Il resto è antologia.

Da qui il mondo sciamanico ha le sue attrazioni che vivono di silenzio, di ascolto e di attesa. Le culture dei nativi d’America è soltanto un esempio. Gli andini sono il cuore. Il potere del silenzio non è una filosofia. È una illuminazione che ci porta nel deserto di Cristo e ci fa vivere il Viaggio. Gli sciamani vivono ascoltando il Sole e la Luna e vivendo la metafisica del Cerchio.

Abbiamo bisogno di contemplazione per non perdere le eredità e la Tradizione e di vivere gli Orizzonti della Illuminazione. Metafisiche che si intrecciano su vissuti che si trasmettono. Osservo con distacco l’Occidente, e non credo che gli Orienti proteggono le tende della violenza. Ci sono storie che si intrecciano in una antropologia dei popoli che hanno assorbite quelle filosofie dell’anima che restano tali soltanto se sanno vivere il senso di una metafisica non come rappresentazione, ma come Illuminazione. Oggi le civiltà non sono Occidente ed Oriente. Sono contaminazioni di identità attraverso le quali i popoli dovrebbero diventare adulti.

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