Pescara, AL MEDIAMUSEUM ‘TRIBE NON NAME’

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Data
dal 24/03/2017 al 07/05/2017
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Mediamuseum Pescara

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La Mostra fotografica di Romina Remigio “Tribe No Name” inaugurata al Mediamuseum di Pescara lo scorso 8 aprile è stata prorogata fino al 7 maggio p.v., vista l’enorme affluenza di pubblico e le numerose richieste che continuano a pervenire, anche da fuori Regione, per poterla visitare.

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AL MEDIAMUSEUM ‘TRIBE NON NAME’, IN ANTEPRIMA NAZIONALE
PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA FOTOGRAFICA DI ROMINA REMIGIO

La Fondazione Edoardo Tiboni, venerdì 24 marzo alle ore 17.00 presso il Mediamuseum di Pescara inaugurerà per la prima volta in Italia, in maniera integrale, la mostra fotografica “TRIBE NO NAME” della fotogiornalista abruzzese Romina Remigio, su una tribù sconosciuta del Tanzania.
Sarà presente all’inaugurazione Maurizio Di Schino, noto giornalista e inviato di TV2000. Sabato 25 Marzo sempre alle ore 17.00 si terrà invece una presentazione critica della mostra a cura di Silvano Bicocchi, direttore del Dipartimento Cultura Fiaf (Federazione italiana Ass. Fotografiche) e di Bruno Colalongo, SEMFIAF.
… “Un giornalista non è solo un rigoroso traduttore di informazioni, ma anche un cantastorie. La voce di chi non ha voce. Gli occhi di chi non può o non vuole vedere. Ha la possibilità e la capacità di potersi fermare. Fermarsi a riflettere, osservare, parlare, ascoltare e ascoltare. E questo ho scelto di fare in questi anni di vita in Tanzania”.
Tribe No Name è un progetto di reportage iniziato nel 2012 quando Romina Remigio è venuta a conoscenza di una tribù ancora sconosciuta, emarginata, isolata all’interno di una foresta a 2200 metri, sulle montagne dell’Udzungwa, in Tanzania.
I tanzaniani delle tribù vicine li chiamano i “Watoto wa Mateso” i figli del dolore. Una tribù di oltre 800 individui affetti da una rarissima forma di epilessia e a causa delle reazioni provocate, considerati posseduti dal demonio e per questo ammazzati e scacciati. Di conseguenza si sono rifugiati sempre più all’interno di foreste impervie sulle montagne vicine. E così hanno continuato a vivere senza alcuna dimensione temporale. Il futuro non esiste, tutto viene considerato e si misura a partire dal momento presente.

L’intensità della pioggia, come lancette di un orologio segna le stagioni, quindi il lavoro dei campi e la kifafa, la malattia, definiscono il tempo della vita. Ogni gesto, ogni rito è sacro e per questo interpretato dal Baba mkubwa, il capo villaggio e dai guaritori-stregoni. Le tradizioni, le tecniche di coltivazione si sono fuse con i racconti tramandati oralmente.

La causa generante la kifafa, è un parassita che creando una grave infezione cerebrale, genera attacchi di epilessia che a sua volta non essendo curati, provocano cadute con relative conseguenze, a chi ne è affetto. Inoltre ci sono cause genetiche dovute alla consanguineità e al forte abuso di alcol.

<< 9920 sono i chilometri che in 38 ore di viaggio ho percorso e percorro in aereo, fuoristrada e a piedi per arrivare da questa tribù. Da anni vivo stabilmente per oltre quattro mesi l’anno con loro per studiarli, fotografarli e nel mentre anche aiutarli. Sono riuscita attraverso dei farmaci a evitare i grossi traumi e le cadute. Si è istaurato un rapporto forte di fiducia che ha soppiantato il sentimento iniziale di paura. Sono stata la prima bianca che hanno visto. Solo il capo villaggio in quanto protetto da un potere divino, può avere rapporti con le altre persone. La prima volta che sono arrivata da loro, accompagnata dal figlio del capo villaggio, dopo aver percorso ore a piedi fino all’arrampicata finale della montagna, si sono chiusi nelle loro capanne spaventatissimi. Dopo cinque giorni e una riunione con il capo villaggio che considerava la mia venuta un dono di Dio, i bambini per primi e poi le donne, hanno iniziato ad avvicinarsi e a studiarmi. I miei capelli ricci mi hanno aiutato a stimolare la loro curiosità. Armata solo di un’estrema pazienza e grandi sorrisi ho iniziato la mia vita con loro. A differenza di altre tribù del sud America e a causa del grande freddo, si vestono con abiti tradizionali e usati barattati dal capo villaggio quando una volta l’anno scende nei villaggi vicini. La mia vita con loro è una quotidianità semplice. Vivo in una capanna che negli anni mi sono sistemata. Partecipo alle loro feste, ai loro riti di nascita e di morte e la sera, proprio come facevo da bambina con i miei nonni, mi metto comoda insieme ai bambini ad ascoltare i racconti tramandati dagli anziani.

Questo lavoro è un reportage sociale, ma soprattutto antropologico. Sono appena rientrata dal Tanzania e dopo cinque anni posso dire che potrebbe essere completo, anche se è così vasto l’argomento che credo sia un lavoro che accompagnerà tutta la mia vita.

Tribe No Name ha già vinto numerosi premi nazionali e internazionali ed è stato pubblicato sul National Geographic America. Parte del lavoro è stato già esposto a Miami, Boston e Tokyo e adesso per la prima volta in maniera integrale in Italia al Mediamuseum di Pescara.

La mostra sarà aperta fino all’ 8 aprile 2017 dal lunedi al venerdì dalle ore 10.30 alle 12.30 e dalle 17.00 alle 19.00 ed il sabato dalle ore 10,30 alle ore 12,30.

ROMINA REMIGIO, nata a Ortona (ch) il 26.04.1982, laureata in Scienze della Comunicazione di Massa, fotogiornalista professionista, iscritta all’Ordine dei giornalisti , da anni si occupa di reportage sociale e culturale, realizzando lavori che l’hanno portata a girare tanto. Nel 2006 ha conseguito il Master in Fotogiornalismo dell’ISFCI “Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata” di Roma.
Ha collaborato con Grazia Neri, l’Associated Press e attualmente con diverse agenzie nazionali ed internazionali come la sezione di antropologia del National Geographic America. Negli anni si è affermata nel panorama giornalistico, come osservatrice ed esperta del continente Africa: dallo studio antropologico e sociale di tribù sconosciute, al rapporto islam-Cristianesimo.
Le sue foto sono state esposte in importanti gallerie in Italia, Arles, Madrid, Barcellona, Londra, Berlino, Budapest, Boston, Chicago, Portland, Cape Town, Dar Es Salaam, Nairobi e Addis Abeba. Da otto anni vive per gran parte dell’anno in Tanzania, dove oltre al lavoro di reporter, segue due sue scuole realizzate con i proventi di un suo libro.
A febbraio 2010 ha pubblicato un libro fotografico: “I CARE TANZANIA, [storie di vita donata]”, il cui ricavato è stato devoluto interamente per la costruzione di un asilo e di una scuola superiore in Tanzania. Dal 2010 il libro ha superato le 9.500 copie vendute in Italia ed è stato stampato anche in America e Canada.
A novembre 2010 è uscito un altro suo libro fotografico: “ Una goccia d’acqua [Inside Senegal] presentato presso gli istituti italiani di cultura in Europa e in Senegal.

PREMI
2015 – Finalista tra 2.500 partecipanti al SIENA INTERNATIONAL PHOTO AWARDS 2015
– Vince la Borsa di Studio internazionale “ROLANDO FAVA” dedicata al reportage
sociale della scuola di Fotografia GRAFFITI di Roma, con il reportage “TRIBE NO NAME”. Unico giurato è Gianni Berengo Gardin
2014 – Selezionata al Concorso Internazionale Lugano Photo Day
– Finalista del Concorso Internazionale National Geographic Italia, tra 848.000
partecipanti
2013 – Oscar Internazionale della Fotografia: Silver Award FIOF 2014, categoria Storia
con il reportage “TRIBE NO NAME”
– 41° Portfolio Internazionale Aternum – 1°Premio, Reportage TRIBE NO NAME
– Premio speciale della Giuria del Festival internazionale “FACE PHOTO NEWS 2013”
con “TRIBE NO NAME”
2011 – 38° Portfolio Internazionale Aternum – 3° Premio con “I’M ALBINO”
2010 – Premio “Quale Madre” del Festival Internazionale Face Photo News 2010,
Sassoferrato con il reportage “I’M ALBINO”
– Premio Internazionale 28 Dicembre, Città di Ortona
2009 – Premio internazionale Giornalistico “Portopalo Più a Sud di Tunisi 2009 ”
2003 – Premio “Perini” della Provincia di Milano

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